Il futuro della fisioterapia? Serve un paradigma.
- 9 set 2025
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Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale della Fisioterapia. Un’occasione importante, che però rischia di restare retorica se non accompagniamo le parole con una riflessione seria sul futuro della nostra professione. Negli ultimi anni abbiamo discusso molto su definizioni e confini: cos’è la riabilitazione? Dove finisce la medicina e dove inizia la fisioterapia? La risposta, in realtà, è già chiara da tempo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’ICF, ha definito la riabilitazione come un processo che migliora la funzione, riduce le limitazioni, favorisce la partecipazione sociale e la qualità della vita. Non è trattamento della malattia, ma costruzione di salute. Questo significa una cosa semplice: il fisioterapista non è un medico mancato. La sua identità non è la diagnosi nosologica, ma la capacità di leggere come il dolore, le disfunzioni e le limitazioni influenzano la vita reale della persona, e di accompagnarla in un processo di adattamento. Il problema è che questa chiarezza raramente diventa pratica quotidiana. La formazione universitaria è spesso fragile sul piano clinico, e così molti professionisti cercano altrove modelli da seguire, trovando troppo spesso corsi che propongono etichette o tecniche “miracolose”, ma non un paradigma. Nascono così due derive opposte: la medicalizzazione del ruolo del fisioterapista, oppure il rifugiarsi in slogan pseudo-olistici che non forniscono strumenti solidi di ragionamento.

Quello che manca non è una nuova definizione, ma un paradigma condiviso. Un paradigma che traduca l’ICF in strumenti clinici reali, che superi sia il modello meccanicista del corpo come macchina da riparare, sia il modello biopsicosociale inteso solo come cornice descrittiva. È in questa direzione che si muove il paradigma della Morphological Transduction: il corpo come rete dinamica di nodi e connessioni che interagiscono tra loro per esprimere funzioni, adattarsi e riorganizzarsi. Non più “pezzi da correggere”, ma una trama vivente che comunica e che può essere misurata con strumenti oggettivi. Solo un paradigma di questo tipo può restituire alla fisioterapia la sua vera identità: non medicina di seconda mano, ma disciplina autonoma, capace di fondere valutazione funzionale, ragionamento clinico, esperienza corporea e ricerca. Un modello che guarda al corpo non come macchina, ma come sistema complesso, e che permette finalmente di misurare e comunicare i cambiamenti in termini clinici.
È tempo di smettere di rincorrere nuove etichette e di assumersi la responsabilità di un paradigma moderno, evidence-based e complesso. È tempo di riconoscere che la fisioterapia non è la cura della malattia, ma la scienza dell’adattamento umano.




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